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24/01/2007

 

Fonte:            Rollingstone.com    ( )   Data:  Autore: Paul Krugman

 

Titolo:            Il grande trasferimento di ricchezza

Sommario:
    E’ la più grossa storia non raccontata del nostro tempo: la maggior parte della ricchezza del paese sta in un numero sempre minore di mani. E i tagli alle tasse di Bush peggiorano i problemi.

 

Traduzione:   Bernardino Tolomei

 

 

Seconda parte

 

Non è un caso se una intensa propaganda dell’avidità ha cominciato a diffondersi proprio quando i redditi degli americani più ricchi hanno cominciato ad impennarsi. In parte la nuova ideologia pro-avidità era un modo di razionalizzare quello che stava già succedendo, ma essa era anche, in buona misura, una causa del fenomeno. Negli ultimi trent’anni le fondazioni di destra hanno riversato enormi risorse nella promozione di questo ideologia, creando una estesa rete di think tank, di media e di studiosi conservatori per legittimare un più alto grado di disuguaglianza. “Mediamente le grandi imprese americane pagano i loro alti dirigenti come dei burocrati”, lamentava nel 1990 l’Harvard Business Review, reclamando paghe più alte per i top manager. “C’è da stupirsi poi se tanti amministratori delegati si comportano come dei burocrati?”

 

Anche se gli alti dirigenti hanno sempre avuto il potere di determinare le proprie paghe con grande prodigalità, il loro arricchimento era limitato da quello che Lucian Bebchuck, Jesse Fried e David Walzer – i massimi esperti del boom degli stipendi dei dirigenti – chiamano il “limite della vergogna”. Con questa definizione intendono dire che un dirigente, pur avendo un’ampia autonomia di decisione, veniva obbligato a moderare la sua avidità dai sindacati, dalla stampa e dai politici:il clima sociale stesso condannava quei dirigenti i cui salari apparivano eccessivi.

 

Tuttavia ultimamente abbiamo sperimentato la fine della vergogna, Grazie agli sforzi ben finanziati ed organizzati della destra, i dirigenti delle grandi imprese ora non hanno nessun pudore a riempirsi le tasche di enormi bonus e di gigantesche stock option. Questo auto-arricchimento, dicono, è giustificato: l’avidità ha fatto grande l’America e i dirigenti avidi sono esattamente quello di cui le grandi imprese americane hanno bisogno.

 

Nel contempo è stato concertato un attacco alle istituzioni che avevano aiutato a moderare la disuguaglianza, in particolare i sindacati. Durante la Grande Compressione (vedi prima parte, ndt) il tasso di sindacalizzazione era quasi triplicato; nel 1945 più di un lavoratore su tre era iscritto a un sindacato. Gran parte di quello che aveva fatto della General Motors quella realtà relativamente egualitaria che era negli anni ’60, aveva a che fare con il suo potente sindacato, che era in grado di chiedere degli alti salari per i suoi iscritti. Quei salari, a loro volta, fissarono uno standard che alzava anche i redditi dei lavoratori che non appartenevano ad un sindacato. Ma oggi, nell’era di Wal-Mart, meno di un lavoratore del settore privato su undici è organizzato, il che impedisce che centinaia di migliaia di lavoratori entrino a far parte della classe media.

 

Perché Wal-Mart non è sindacalizzata? La risposta è semplice e brutale: gli interessi del capitale sono andati all’offensiva contro i sindacati. E non parliamo di una gentile opera di persuasione,  parliamo di un gioco molto duro. Durante gli ultimi anni ‘70 e i primi ‘80 almeno uno su venti lavoratori che avevano votato per un sindacato fu licenziato illegalmente; alcune stime parlano di uno su otto. E quando andò al governo Ronald Reagan la campagna antisindacale fu aiutata ed incoraggiata ai più alto grado.

 

Ma i sindacati non erano la sola istituzione che promuovesse l’uguaglianza nel reddito durante la generazione che seguì la Grande Compressione. Anche la creazione di un salario nazionale minimo fu un punto di riferimento per l’intera economia, aumentando la forza contrattuale dei lavoratori. Ma sotto Reagan il Congresso non alzò il salario minimo, lasciando che venisse eroso dall’inflazione. Tra l’81 e l’89 esso rimase lo stesso in termini di dollari, ma l’inflazione ridusse il suo potere d’acquisto del 25 per cento, riducendolo al livello più basso dagli anni 50

 

Dopo la fine del mandato di Reagan ci fu un parziale rovesciamento di questa politica contro i lavoratori. Il salario minimo fu aumentato sotto Bush padre e ancora sotto Clinton, recuperando circa metà del terreno perso sotto Reagan, Poi arrivò Bush Secondo… e la bilancia del potere girò contro i lavoratori e la classe media ad un livello mai visto sin dall’Età dell’Oro (dopo la guerra civile, ndt).

 

Durante la campagna del 2000 George W. Bush diceva scherzando che la sua base elettorale consisteva degli “haves”, quelli che hanno, e gli “have mores”, quelli che hanno di più. Ma non era proprio uno scherzo, non solo l’amministrazione Bush ha favorito gli interessi dei pochi americani più ricchi rispetto alla classe media, ma ha anche mostrato una forte preferenza per la gente il cui reddito deriva da dividendi e capital gains rispetto a chi lavora per vivere.

 

Sotto Bush l’economia è cresciuta in misura ragionevole negli ultimi tre anni; ma la maggior parte degli americani non ne ha avuto benefici. Tutti gli indicatori della situazione economica dell’americano medio, tasso di povertà, reddito delle famiglie, numero di persone senza assicurazione sanitaria, mostrano che la maggioranza di noi stava peggio nel 2005 che nel 2000, ed è difficile credere che nel 2006 sia andata meglio.

 

Dove è andata allora tutta la crescita economica? E’ andata ad una relativamente piccola manciata di gente ai massimi livelli. I guadagni del normale lavoratore a tempo pieno, al netto dell’inflazione, sono effettivamente scesi dall’insediamento di Bush; gli stipendi dei dirigenti d’azienda sono cresciuti da 185 volte quelli del lavoratore medio nel 2003 a 279 volte nel 2005. E i profitti delle grandi aziende al netto delle tasse sono anche loro schizzati all’insù, più che raddoppiati sin dall’avvento di Bush. Questi profitti alla fine si tradurranno in dividendi e capital gains, che vanno poi a finire soprattutto nelle tasche dei molto ricchi: più di tre quarti di tutte le azioni sono possedute dal più ricco dieci per cento della popolazione.

 

Bush non è direttamente responsabile della stagnazione dei salari e della crescita dei profitti e dei redditi dei dirigenti: la Casa Bianca non decide i salari o le stock option degli amministratori delegati. Ma il governo può far pendere la bilancia del potere tra lavoratori e padroni in molti modi, ed in ogni circostanza questo governo ha favorito i padroni. In quattro modi, in particolare, l’amministrazione Bush ha contribuito a rendere il povero più povero e il ricco più ricco.

 

Primo, come Reagan, Bush è stato irremovibile contro qualsiasi aumento del salario minimo, anche se l’inflazione erodeva il valore del dollaro. Il salario minimo è stato aumentato per l’ultima volta nel 1997; da allora l’inflazione ha tagliato il potere d’acquisto di un lavoratore a salario minimo del 20%.

 

Secondo, ancora come Reagan, Bush ha usato il potere del governo per rendere più difficile per i lavoratori organizzarsi. Il National Labor Relations Board, fondato per difendere la capacità organizzativa dei lavoratori, è diventato a tutti gli effetti uno strumento dei datori di lavoro per prevenire la sindacalizzazione. Un esempio spettacolare di questo atteggiamento antisindacale si è visto pochi mesi fa: secondo la legislazione del lavoro americana, le protezioni legali per le organizzazioni sindacali non si estendono ai supervisori. La maggioranza repubblicana del NLRB ha deciso che i normali lavoratori che solo occasionalmente danno ordini ad altri, come le infermiere che in primo luogo curano i pazienti, ma danno anche istruzioni ad altre infermiere dello stesso turno, ora devono essere considerati supervisori. Con un solo colpo amministrativo, l’amministrazione Bush ha privato ben otto milioni di lavoratori dei loro diritti sindacali.

 

Terzo, l’amministrazione ha di fatto bloccato quella che, dopo il caso Enron, avrebbe potuto essere una dura lezione per coloro che avevano potuto praticare senza controlli l’insider trading nelle grandi aziende. Nella prima metà del 2000 gli scandali  delle corporation hanno dominato la cronaca, poi l’attenzione si è spostata sulla necessità di invadere l’Iraq e la spinta verso la riforma è stata soffocata. Con gli americani concentrati sulla guerra, i dirigenti delle aziende stanno di nuovo compensando se stessi ad un livello impressionante ed inedito.(1)

 

Infine, c’è il metodo più diretto per il governo di influenzare i redditi: le tasse. Su questo terreno Bush ha garantito che i ricchi pagassero meno tasse di quanto abbiano fatto in decenni. Secondo le ultime stime, quando i tagli alle tasse avranno pieno effetto, più di un terzo dell’ammontare andrà a gente con più di  500.000 dollari all’anno, appena lo 0,8 per cento della popolazione.

 

E’ facile essere tratti in inganno a proposito dei tagli alle tasse di Bush. In primo luogo perché sono stati pensati apposta per trarre in inganno. Il nocciolo della politica di Bush riguarda il taglio alle tasse dei redditi alti, specialmente dei redditi che gli americani più ricchi percepiscono dai capital gains e dai dividendi; diciamo che l’amministrazione Bush favorisce la gente che vive della propria ricchezza rispetto a chi ha solo un lavoro. Ma in tutto questo ci sono degli “zuccherini” per la classe media, così da permettere all’amministrazione di contare sull’appoggio di alcune famiglie medie che hanno ricevuto tagli significativi.

 

Inoltre l’amministrazione si è impegnata in una sistematica campagna di disinformazione su quali tasse sono state realmente tagliate. Anzi, uno dei primi atti di Bush appena andato al governo, è stato quello di ordinare al Dipartimento del Tesoro di smettere di diffondere stime sulla distribuzione dei tagli secondo le classi di reddito – cioè informazioni su chi guadagnava quanto. Sotto Bush i rapporti ufficiali sulle tasse sembrano piuttosto esempi da manuale su come ingannare con le statistiche, mostrando un coacervo di cifre ingannevoli che danno la falsa impressione che i tagli favoriscano la classe medi, non i più ricchi.

 

In realtà solo poche famiglie della classe media hanno ricevuto un taglio significativo sotto Bush. Ma ogni americano ricco, in special modo quelli che vivono dei guadagni dalle azioni o dei beni ereditati, hanno avuto grossi tagli. Per farvi un’idea su chi ci ha guadagnato di più, immaginate il figlio di un uomo molto ricco, che si aspetta di ereditare 50 milioni di dollari in azioni e di vivere dei relativi dividendi. Prima dei tagli di Bush, il nostro fortunato futuro erede avrebbe pagato circa 27 milioni in tasse di successione e contribuito col 39,6 % di tasse sui dividendi. All’entrata in vigore dei tagli di Bush, egli godrebbe dell’intera eredità esente da tasse, e pagherebbe solo il 15 % di tasse sui dividendi. Davvero questo è un buon momento per far parte degli “have mores”.

 

Non conta niente che Bush non favorisca solo la classe alta: è della classe alta che a lui importa. Questo è apparso chiaro lo scorso autunno, quando Camera e Senato approvarono disegni di legge contrapposti sui tagli alle tasse. (Perché poi tagliare ancora le tasse a fronte di un enorme deficit di bilancio e ad una guerra costosa? Lasciamo perdere) Il disegno di legge del Senato mirava a sostenere i lavoratori dipendenti della classe media: secondo il Tax Policy Center, due terzi dei tagli previsti dal Senato sarebbero andati a gente con redditi  tra i 100 e i 500 mila dollari all’anno. Quelli con redditi superiori al milione annuo avrebbero ricevuto solo l’8 % dei tagli.

 

Il disegno di legge della Camera, invece, mirava ad estendere i tagli a capital gains e dividendi. Più del 40 % dei tagli sarebbero andati a vantaggio del gruppo sopra il milione all’anno, solo il 30 % ai contribuenti da 100 a 500 mila.

 

La Casa Bianca appoggiava la Camera, e la soluzione di compromesso finì per riconoscere un quarto dei benefici agli americani milionari. Questa, in soldoni, è la politica di disuguaglianza dei redditi sotto Bush.

 

Oh, un’ultima cosa: che dire della pretesa che i tagli alle tasse di Bush hanno fatto meraviglie per la crescita economica? In realtà la creazione di posti di lavoro è stata molto più lenta sotto Bush che sotto Clinton, e la crescita totale a partire dal 2003 è in larga parte dovuta al boom dell’edilizia, che ha più a che fare coi bassi tassi di interesse che con le tasse. Ma il paradosso più grande è che il vero boom, quello degli anni ’90, seguì a cambiamenti delle tasse che erano il contrario della politica di Bush. Clinton alzò le tasse ai ricchi, e l’economia prosperò.

 

Una generazione fa la distribuzione dei redditi negli Stati Uniti non era così diversa da quella di altri paesi avanzati Noi avevamo più povertà, in buona misura a causa della irrisolta eredità della schiavitù. Ma il gap tra l’elite economica e la classe media non era maggiore in America di quanto fosse in Europa.

 

Oggi noi siamo totalmente fuori linea rispetto ad altri paesi avanzati. La quota di reddito percepita dal più ricco 0,1 % di americani è il doppio del corrispondente gruppo in Gran Bretagna, tre volte tanto che in Francia. Oggi come oggi, per trovare delle società cosi disuguali come gli USA  si deve cercare al di là del mondo avanzato, in America Latina. E se questo paragone non vi spaventa, beh… dovrebbe.

 

Il fallimento sociale ed economico dell’America Latina è una delle più grandi tragedie della storia. I nostri vicini del sud sono partiti con risorse naturali e umane altrettanto favorevoli per lo sviluppo economico che quelle degli Stati Uniti. Eppure, nel corso degli ultimi due secoli loro sono rimasti costantemente indietro. Storici dell’economia come Kenneth Sokoloff dell’Università di Los Angeles pensano di sapere perché: l’America Latina è rimasta presa dentro la trappola della disuguaglianza. Per ragioni storiche (il tipo di coltivazioni, le politiche elitarie della Spagna coloniale), le società latino-americane iniziarono con un grado molto maggiore di disuguaglianza che le società del Nord America. Ma questa disuguaglianza è continuata, scrive Sokoloff, perché le elite furono in grado di “istituzionalizzare una distribuzione disuguale del potere politico” e di “usare questa maggiore influenza per fissare regole, leggi ed altre politiche di governo, che avvantaggiassero i membri delle elite nei confronti dei non-membri”. Invece di rendere la terra accessibile ai piccoli coltivatori, come fecero gli Stati Uniti con l’Homestead Act, i governi latino-americani tendevano a dare grandi appezzamenti di territori pubblici alla gente dotata degli appoggi giusti. Inoltre trascuravano l’educazione di base, condannando all’analfabetismo milioni di persone. Il risultato, nota Sokoloff, fu “La durata nel tempo di un alto grado di disuguaglianza”. Questa profonda disuguaglianza, a sua volta, condannò le economie dell’America Latina: molte persone dotate non ebbero l’opportunità di elevarsi secondo il loro potenziale, solo perché erano nate nella classe sociale sbagliata.

 

Inoltre, lo dimostrano dati statistici, società disuguali tendono ad essere società corrotte. Quando ci sono grandi disparità di ricchezza, il ricco ha sia i motivi che i mezzi per corrompere il sistema a proprio vantaggio. Ne Il nuovo stato industriale, pubblicato nel 1967, John Kenneth Galbraith liquidava ogni preoccupazione che i manager delle grandi aziende potessero sfruttare la loro posizione per il proprio tornaconto, affermando che il processo decisionale di gruppo avrebbe indotto “un alto standard gi onestà individuale”. Ma in anni recenti la vertiginosa crescita  delle retribuzioni di quelli che erano ritenuti dirigenti di successo ha infranto i vincoli che Galbraith credeva potessero moderare l’avidità dei manager. Oggi un alto dirigente che gonfia il valore delle azioni della sua compagnia simulando alti profitti può cavarsela con lauti guadagni anche se la compagnia più tardi crollerà, e le scarse probabilità di finire in galera non sono un efficace deterrente. Per di più il processo decisionale di gruppo che Galbraith credeva avrebbe prevenuto la corruzione individuale non funziona se ogni membro del gruppo può essere comprato con una parte del bottino – che è poi quello che è successo all’Enron. E’ anche quello che succede nel Congresso, dove le grandi aziende dividono il bottino con i nostri rappresentanti elettivi, sotto forma di generosi contributi elettorali e redditizi incarichi lobbistici.

 

Come dimostrano gli ultimi sei anni, questa corruzione politica aumenta col crescere della disuguaglianza economica. Davvero il gap tra ricchi e poveri non solo comporta che pochi americani godono i vantaggi della crescita economica, ma anche mina alla base quel senso di esperienza condivisa che ci tiene uniti come nazione. “La fiducia si basa sul convincimento che siamo tutti insieme, parte di una ‘comunità morale’”, scrive Eric Uslaner, un politologo dell’Università del Maryland che ha studiato gli effetti della disuguaglianza sulla fiducia. “E’ duro convincere la gente in una società molto stratificata che il ricco ed il povero hanno valori comuni, ancora meno un destino comune”.

 

In conclusione, gli effetti della nostra crescente disuguaglianza economica vanno ben oltre i dollari e i centesimi. Questo è in definitiva il problema più pressante che abbiamo di fronte oggi: gli Stati Uniti seguiranno il sentiero percorso dall’America Latina, quello che porta ad una crescente disparità sia nel potere politico che nel reddito? Gli USA non hanno livelli di disuguaglianza economica pari a quelli del Terzo Mondo… non ancora. Ma non è difficile prevedere, allo stato attuale della scena politica ed economica, il profilarsi di una trasformazione in una società permanentemente disuguale, che blocca e mantiene quella drastica polarizzazione economica che è già troppo avanzata.

 

 

(1) E’ interessante a questo proposito notare una certa discrepanza tra questa affermazione e quanto sostenuto coralmente dai nostri media e dai nostri politici: da noi viene sempre enfatizzata la severità con cui vengono sanciti i reati societari nell’America del dopo-scandalo-Enron. Krugman evidentemente non la pensa allo stesso modo (ndt).

 

Pubblicazione a cura di democrazialegalita.it periodico on line