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16/12/2006

Ridiamoci su finché siamo in tempo

di Valerio Longo

15 dicembre 2006. Nessuno che abbia il coraggio di dirgli di smettere, nessun sedicente cattolico che osi dire che stanno passando il segno. Questi signori hanno preso il nostro paese per un palcoscenico in cui fare scorribande. Altro che entrate a gamba tesa nell’agenda di governo! Di chi sto parlando? Ma di certi personaggi che alzano la voce sempre più di frequente dai palazzi vaticani. Possibile che codesta gente non abbia di meglio da fare? Sono davvero così importanti le piccole beghe nostrane rispetto alla missione evangelizzatrice della Chiesa universale? Passi per il caso Welby e per la condanna di qualsiasi forma di eutanasia. Paghiamo il prezzo di una martellante quanto sciagurata propaganda radicale che ha trasformato la vicenda in un caso planetario. Passi anche per le interferenze della Cei sull’attività del governo in materia di Pacs. Ove, infatti, si ritenga che Santa Romana Chiesa abbia l’esclusiva della difesa della vita, l’eutanasia è senz’altro materia sua. Allo stesso modo ove si ritenga che l’unica famiglia accettata da Dio sia quella che nasce dal matrimonio (e si consideri che la Chiesa è indubbiamente leader mondiale del settore) anche questa è materia sua.

Da un po’ di tempo, tuttavia, dalle parti di Piazza S. Pietro si pretende financo di stabilire su cosa sia lecito ridere e su cosa no. Qualche avvisaglia si era già avuta in novembre quando vennero presi di mira Crozza e Fiorello a causa delle imitazioni del papa tedesco e del suo segretario. Disgrazia volle che proprio il bel prelato avesse chiesto la censura dei due artisti con queste infelici parole – “Ho preso atto della polemica e spero che trasmissioni di questo tipo smettano”. L’offesa alla libertà di espressione non essendo sufficiente, Don Georg vi aggiungeva anche quella al buon senso quando candidamente dichiarava - “Non ho mai visto queste trasmissioni e neanche le guarderò mai”. Insomma, gli artisti dovevano essere posti all’indice senza che ci si scomodasse neppure a visionare le loro performance. Almeno gli inquisitori medievali si prendevano la briga di documentarsi prima di emettere verdetti.

Le parole del segretario del papa saranno sembrate manna dal cielo per gente come Del Noce, che della messa al bando della satira ha fatto la sua ragione di vita. Finalmente possono dire che la satira non è sgradita solo al loro basso signore (al secolo Bellachioma come dice Travaglio), ma anche al sommo pontefice. Fede, Feltri e Ferrara dal canto loro sono autorizzati rivendicare l’ennesimo primato del cavaliere, il primo a porre un argine concreto al diritto di satira. E che dire di Petruccioli, grande stratega della censura a suon di distinguo? Qualche esperto di comunicazione si è giustamente interrogato su quali effetti potranno avere le reazioni vaticane sui palinsesti e sugli autori di questi spettacoli – “Difficile stabilire se il Vaticano abbia un ascendente tale sull’emittenza pubblica e privata da intervenire direttamente sulla libertà di fare satira (ma si può supporre di sì, anche se gli effetti non sono né automatici né garantiti)”. Già il fatto che ci si debba porre, nel 2006, un problema simile è abbastanza raccapricciante. Da Genova purtroppo viene la conferma che in questi casi a fasciarsi la testa non si fa mai male. Crozza doveva fare uno spettacolo per fine anno proprio nel capoluogo ligure. Nicht! Verboten!!, La giunta di centrosinistra, udite udite, non se l’è sentita e Crozza dovrà riparare a Pavia.

Attacchi altrettanto maliziosi erano stati rivolti dall’Osservatore Romano anche al devotissimo Lino Banfi, reo di aver interpretato una fiction, “Il Padre delle spose”, in cui si sposavano niente meno che due lesbiche. In quel frangente dalla critica all’opera si era passati rapidamente alla critica alla persona mettendone in discussione la dichiarata fede cattolica e la devozione a Padre Pio. Che stile, che tolleranza!!

Da ultimo, e con l’approssimarsi delle feste, anziché parole di conciliazione da Oltretevere è giunta una nuova fiammata di intolleranza. A provocare la scintilla è stata la burla di quei comunistacci del Manifesto che il giorno dell’Immacolata hanno lanciato sul corteo di Sua Santità volantini con su scritto “Lasciaci in Pacs”. Le forze dell’ordine si sono precipitate nella sede del giornale per identificare i malfattori e la Digos ha aperto un’indagine. Già l’idea che la Digos abbia aperto un’indagine per una burla mi fa sentire in un paese latino-americano. A ciò si aggiunga che la Santa Sede ha denunciato addirittura una violazione del Concordato. Insomma si è rischiato l’incidente diplomatico per sgradita burla. E guai a Prodi, se fra una salve di fischi ed un voto di fiducia, si dovesse dimenticare di metterci una pezza. L’Avvenire, che da sempre lo tallona come il coccodrillo di Capitano Uncino, non mancherà di far sentire la sua occhiuta presenza.

L’episodio meriterebbe di esser archiviato come un caso di burla presa male (anzi per che non si ripeta l’anno venturo mi sentirei di suggerire un paio di percorsi alternativi per la papamobile). Purtroppo se si va, invece, a vedere il precedente vengono i brividi, perché ahimé c’era un precedente. Ce lo ricorda il Corriere della Sera. Correva l’anno 2000 ed era sempre l’8 dicembre quando quegli incorreggibili burloni del Manifesto fecero lo stesso scherzo con lancio di volantini sulla testa di papa Woytila. Pretesto fu l’albero di Natale donato da Haider al pontefice, esecutore materiale della vignetta il mitico Vauro, il sovversivo Re degli sfumati. Per il direttore del Manifesto scattò nientemeno che una denuncia per vilipendio di capo di stato estero, per altri buontemponi, invece, fu il pretesto, per recapitare un pacco bomba nella sede del giornale. Un’esplosione decisamente più pesante del lancio di quattro volantini e assai meno natalizia (era infatti il 20 dicembre). Su un punto siamo d’accordo. Sull’uso distorto che viene fatto di certe reazioni ufficiali non c’era e non ci sarebbe niente da ridere neppure oggi.

Anche stavolta, invece, reazioni scomposte e pesantissime da parte vaticana. L’Osservatore Romano del 9 dicembre ha definito l’episodio spregevole volantinaggio. Ad onor del vero, tuttavia, l’obiettivo del quotidiano della Santa Sede continuano ad essere i Pacs ed il “tentativo ipocrita” del governo di “accreditare una forma alternativa di famiglia”. Il vera spauracchio per l’house organ vaticano è la “completa equiparazione dei diritti tra coppie di fatto e coppie sposate”. Per dirla con quei campioni di democrazia che siedono nei banchi del centrodestra il Governo sarebbe preda del fondamentalismo laico (il termine è tornato in auge grazie ad un editoriale di Pierluigi Battista). Le precedenti burle avevano meritato simili reazioni. A proposito della parodia di Sua Santità l’Avvenire aveva parlato addirittura di vigliaccheria e di fondamentalismo satirico, mentre a proposito della protesta del Manifesto parla di “vergogonosa contestazione” e ancora di “gesto stupido e inutilmente offensivo”. Come un lancio di volantini, peraltro immediatamente rastrellati dal servizio d’ordine, possa costituire una vergognosa contestazione e non l’espressione di un legittimo dissenso è difficile da capire. A meno che sia proprio la manifestazione di dissenso che si voglia censurare. Non è molto più articolata, sempre sul quotidiano della Cei, l’analisi del professore Dalla Torre, rettore della LUMSA (libera università..). In sintesi egli invoca contro la satira la “forza della legge penale” (!) mentre liquida i burloni del Manifesto come espressione di un “anticlericalismo becero che indebolisce la democrazia”. Si ha l’impressione, tuttavia, che anche per l’Avvenire il vero obiettivo sia stoppare i Pacs a qualsiasi costo e che il vero bersaglio non sia tanto il Manifesto quanto i cattolici dell’Unione, Prodi e Bindi in primis. In sintesi il governo italiano secondo costoro non avrebbe solo l’imperativo morale di mantenere il favor matrimonii - perpetuando una sorta di discriminazione giuridica fra individui che fanno scelte di vita differenti – ma anche quello di perseguire penalmente gli autori di imitazioni e di burle. Chi è che lede la democrazia poi? Di che andiamo cianciando si domanderà qualcuno. In fondo i vescovi non sono liberi di criticare ciò che della tv e della radio sembra loro disdicevole? Non sono altresì liberi di sottoporre a critica l’azione dei governi in nome della difesa della famiglia riconosciuta dalla Costituzione? Certamente. C’è un però. Finchè le gerarchie ecclesiastiche ricordano come, secondo la Chiesa, ci si dovrebbe comportare, non fanno nulla di male, anzi introducono elementi preziosi in un dibattito che ognuno, in ultima analisi, è libero di risolvere all’interno della propria coscienza. Con l’attacco alla satira e al diritto di critica al pontefice, invece, si minaccia un pilastro della democrazia, la libertà di espressione e la classe politica italiana non ha certo bisogno di nuovi pretesti per selezionare l’accesso ai mezzi di comunicazione e per arginare le voci fuori dal coro. Dopo cinque anni bui, frutto anche del premeditato editto bulgaro non sentivamo alcun bisogno degli editti vaticani in tema di gag satiriche, fiction e proteste di strada.

È triste, inoltre, constatare come il frasario dei censori sia sempre uguale. Quando si deve criticare un comico, si comincia dicendo che non fa ridere. L’Avvenire parla di “debolezza artistica”. Mi torna in mente quel presidente della Rai che per confermare il suo ostracismo nei confronti di Luttazzi ne criticò la , come se la televisione prodotta negli anni della sua vigilanza barbuta non fosse molto più volgare delle licenze poetiche di Satyricorn. Fiorello e Crozza vengono apostrofati come villani perché dimenticano il proprio pubblico, non si sintonizzano su di lui e in ultimo ne feriscono la sensibilità. Non ho i dati per giudicare il successo di Crozza, che comunque ritengo sia discreto, ma per quanto riguarda Fiorello l’idea che hanno i vescovi di una comunicazione di successo mi sembra davvero bislacca. Da cristiano mi viene solo da pensare a quanto sarebbe bello se certe messe fossero vive e partecipate come i programmi e gli spettacoli di Fiorello.

Moni Ovadia in un bellissimo libro edito da Einaudi, “L’ebreo che ride”, racconta l’umorismo ebraico nel corso degli ultimi due secoli e spiega il legame inestricabile fra il riso ebraico e il divino. Il riso lungi dal recare offesa a Dio (e men che meno ai suoi fallibili ministri in terra) ha “lo scopo di esiliare l’arroganza delle certezze. L’umorismo appartiene ad una forma mentis irriducibilmente anti-idolatrica. La sua ambizione è quella di smascherare la violenza del pregiudizio e di sculacciare la stupidità del mondo”.

E noi italiani dove stiamo rispetto ad una simile presa di coscienza? Un giorno mettiamo al bando le Guzzanti e i Luttazzi e il giorno appresso ci svegliamo con la pretesa che il nostro paese venga preso sul serio. Parole come “non urtare la sensibilità”, “non offendere l’autorità” non sono scritte, grazie a Dio, in un nessun Vangelo cristiano e a maggior ragione non si dovrebbero  invocare in nessuno stato laico. La religione più antica del mondo può ancora insegnarci che umorismo e ricerca della verità possono andare felicemente a braccetto perciò mi sento di dire oltre a Viva Zapatero anche Viva il Manifesto, soprattutto quello del partito umorista che qualcuno dovrà pur scrivere prima di affogare tutti nella dilagante ipocrisia.

Pubblicazione a cura di democrazialegalita.it periodico on line