<%@LANGUAGE="VBSCRIPT" CODEPAGE="1252"%>riforma elettorale, legge elettorale, proporzionale, maggioritario, ingovernabilità
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Nr.5375
Giovedì, 31 Gennaio, :01
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Quanto la legge elettorale può
cambiare i nostri destini?
Storia e analisi di un bisogno
indotto
di Marco Ottanelli
Premessa della premessa:
l'attuale legge elettorale non mi piace. Assegna un inusitato
premio di maggioranza, recentemente criticato pure dalla Corte
Costituzionale, non ha le preferenze, e inoltre presenta i
soliti mille cavilli italioti che, eccezione dopo eccezione,
eliminano ogni certezza all'elettore. Io sono, da sempre, per
un proporzionale quanto più puro possibile, per il voto di
lista con nessuna indicazione di coalizione né tanto meno
delcosiddetto premier (così, tanto per rispettare un
po' la Costituzione), per la preferenza multipla e per la
libertà di ognuno (e di ogni partito) a partecipare,
coerentemente con il suo ruolo, alla vita democratica di
questo Paese.
Premessa: Avendone scritto
molte volte, e avendo dovuto ripetere sempre le stesse cose
per spiegare come e perché non sia affatto vero che la attuale
legge elettorale sia la causa della instabilità e di mille
altri dolori, avevo promesso a me stesso di non intervenire
più sull'argomento. Visto che una parte della anonima (e oggi
anoressica) società civile, Veltroni, Prodi, Grillo,
politichetti sparsi e pseudo costituzionalisti da strapazzo
non fanno che ripetere che il porcellum (basta,
basta, basta con questi nomignoli!) è la fonte di ogni
male, mi son sentito quasi in dovere di riepilogare come
stanno le cose. Ma ho resistito. Però, quando pure la dopo Confindustria, che farebbe
meglio a interessarsi degli stipendi fermi da anni dei propri
dipendenti- hanno sentito il bisogno di intervenire conto la
legge Calderoli e addirittura a favore di una specifica
riforma (quella alla tedesca), ogni mia remora è crollata. Non
ne posso più. Non riesco più a sopportare ingerenze, invasioni
di campo, mistificazioni, spauracchi, approssimazioni,
falsificazioni, induzioni all'errore e uso di parte di
normative che debbono generali. Per l'ultima volta, e stavolta
non lo prometto ma lo giuro, spiegherò (spero laicamente,
cercando di non dare giudizi di merito ma solo di comparare
sistemi diversi) con la maggior chiarezza possibile cosa
questa ed altre leggi fanno o non fanno rispetto al sistema
politico.
1. La questione della
stabilità.
Poiché tutti si riempiono la bocca con questa
strabenedetta parola, stabilità, e/o governabilità, si
dovrebbe capire prima cosa si intende quando se ne parla.
Esistono Paesi fortemente instabili socialmente e/o
economicamente a fronte di grande stabilità governativa (Asia
e Africa ne sono pieni); l'Argentina,nonostante lo
stabilissimo presidenzialismo, quasi si annichilì nel 2002 per
colpa dei bond. Esistono Paesi tradizionalmente molto
frammentati politicamente (Svizzera, Paesi Bassi, Danimarca
ecc ecc) che hanno una stabilità istituzionale sociale ed
economica invidiabili.
Esistono Paesi (Austria e- guarda guarda!- quella Germania
che dovrebbe essere il nostro modello) dove le leggi
elettorali hanno portato al sostanziale pareggiotra le
maggiori forze, una spaccatura al 50%, e dove,
grossecoalition o meno, tutto è teutonicamente
stabile.
L'Italia del pre-referendum Segni aveva
avuto per 49 anni consecutivi lo stesso
partito al Governo, e quasi sempre il Presidente del
Consiglio ne era stato un membro. Nonostante i continui cambi
di esecutivo, questione che tratterò tra pochissimo, è
possibile non chiamare questa stabilità, se non addirittura
immobilismo? Mezzo secolo dello stesso
partito democristiano, e, sovente, delle stesse, eterne
persone: Andreotti, Fanfani, Cossiga, Scalfaro, De Mita, Gava,
Colombo... Non è la stabilità più granitica che si possa
immaginare?
E, per contro, in pieno sistema proporzionale quasi puro,
(che, a dire dei maggioritaristi anni '90 e dei parolai
odierni, frammenta frammenta frammenta...), circa il 30/40 %
(lo riscrivo in lettere per sottolinearlo meglio: il
trenta/quaranta per cento!!) degli elettori
votava un unico partito (la DC) ed un altro 28/33 % ne votava
un secondo (il PCI). Negli anni della presunta frammentazione
estrema, due soli partiti si dividevano il 70% (il
settanta per cento!!) del corpo elettorale;
una percentuale che nessuna legge maggioritaria ha mai più
neanche lontanamente assicurato.
Come si può definire instabile
uno Stato che raccoglie la quasi totalità dei
cittadini sotto due singole bandiere? Eppure, si dice, la
nostra Italia lo era. O per lo meno, attenzione, così
appariva. Chiarisco subito: nei 49 anni di cui sopra,
ci son stati una cinquantina di . Con altrettante crisi di governo. Come si
concilia la stasi partitica con i continui terremoti
governativi? In primo luogo, accettando il fatto che le due
cose, come la Scienza Politica e la casistica mondiale
insegnano, non sono costantemente correlate da una proporzione
diretta. In secondo luogo, e qua si entra nello specifico
italiano, con il fatto che le crisi di governo avvenivano non
certo e non a causa della legge elettorale,
elemento in questo del tutto neutrale, quanto
a causa delle continue faide tra correnti, maggiorenti, rivali
e boss della DC, e alle relative spartizioni economico
territoriali del potere, alle quali si aggiungevano, di volta
in volta, i piccoli partiti di centro e, dal 1963,
soprattutto, il PSI.
Le crisi determinate da fatti esterni al
gioco delle correnti, da circostanze oggettive di livello
nazionale o da svolte politiche significative, son state
pochissime, non arrivano ad una decina.
Ergo, il governo cadeva in continuazione, ma
la DC, il sistema dei partiti ed il Paese rimanevano in piedi.
Come è possibile ciò? È possibile con il fatto che il
potere reale, in Italia, non risiedeva nei governi, non
risiedeva a Palazzo Chigi; esso era, purtroppo, molto
più profondamente radicato e strutturato al di fuori dei
palazzi istituzionali, al di fuori, dunque, delle regole e del
controllo democratico. Esso, nella sua stabilità, si reggeva,
e reggeva la nazione, con quell'intreccio solido e
inestricabile di politica, servizi segreti, grandi industrie,
cosche territoriali, traffici multinazionali, colonnelli e
generali, Vaticano, banche, Cia, Kgb, dollari e rubli, Opus
Dei e Coop rosse. Tutti assieme a gestire il Paese, e, a
palazzo Chigi, un comitato temporaneo, dove i ministri di
turno approdavano o sparivano come premio o punizione per i
servizi o i disservizi resi nei confronti dei loro referenti.
La controprova di tutto questo è data, come
sempre, dalla Storia: la Francia della 4a Repubblica, laddove
le istituzioni erano la vera, reale, effettiva sede del
potere, non resse alle crisi continue (23 governi in 24 anni),
e, sotto il colpo fatale della guerra d'Algeria, indebolita
nelle fondamenta, crollò. Eppure la Francia aveva (come ha) un
apparato burocratico-amministrativo-legislativo robusto,
efficiente e consolidato dai tempi di Napoleone Bonaparte!
Eppure la Francia, al contrario di noi, aveva vinto la guerra
mondiale! E sedeva come membro permanente nel Consiglio di
Sicurezza dell'ONU!Ma nulla di questo servì, per resistere
alla crisi. L'Italia, povera, disorganizzata, perdente, dove
le onde politiche passavano ininfluenti sulle sue più oscure
profondità, increspandone appena la superficie, ha
perpetuato sé stessa nonostante -o forse tragicamente
grazie a- gli omicidi, le stragi, le mafie, il malaffare, la
malapolitica. Cose sulle quali la legge elettorale è
del tutto, del tutto, irrilevante.
Poi, giunse la tanto desiderata legge
maggioritaria, frutto di uno dei tanti bisogni indotti, e di
un referendum che, abrogando, desse l'illusione di costruire.
Di come essa funzionava, non oso parlare, viste le dozzine di
sotterfugi e di meccanismi distorcenti (uno su tutti: lo
scorporo) che la caratterizzavano. Il referendum del 1993 fu
voluto da quasi tutte le forze politiche (primo campanello
d'allarme, che non suonò: ma se tutte le
forze politiche volevano quella riforma, perché non la
approvarono in una notte in Parlamento, invece di celebrare il
rito di massa della chiamata alle urne?) proprio con lo
slogan: stabilità! I risultati non sono stati quelli
previsti. La prima legislatura maggioritaria, la XII della
Repubblica, si concluse dopo appena 25 mesi, una delle
più corte in assoluto fra tutte (solo la XI, con 24
mesi di vita, la batte) ed ebbe, inoltre,due governi: il
Berlusconi I (il vincitore delle elezioni, in carica per soli
7 mesi!!) e il Dini.La XIII legislatura giunse sì al termine
naturale di cinque anni, ma con quattro
governi (Prodi I, D'Alema I, D'Alema II e Amato), nonostante
la caratterizzazione leaderista del sistema. La XIV
legislatura, essa sì, ha visto un solo Presidente del
Consiglio, Berlusconi, ma due governi e molti rimpasti. Questa
si può chiamare, in generale, stabilità? O perlomeno, è essa
direttamente o indirettamente collegabile alla legge
elettorale maggioritaria? Ovviamente (dati
statistico-matematici alla mano) no. No. Le leggi elettorali,
da questo punto di vista, sono del tutto
ininfluenti.
Persino la risicata maggioranza al Senato
dell'ultimo governo Prodi, risicatezza che Veltroni e i suoi
seguaci non fanno altro che attribuire alla riforma cinica e
bara di Calderoli, non è dipesa affatto da
essa, affatto. È derivata da un dato inoppugnabile e
di tutt'altra natura: al Senato, l'Unione ha preso 220
mila voti in meno del Polo . Non vi pare una buona
ragione per non avere una maggioranza schiacciante? È così
difficile ammettere onestamente che il consenso non c'è stato?
2. La questione delle
preferenze.
Golpe!! Colpo di Stato!! Assassinio della
democrazia!! Così nelle piazze uliviste, nelle convention
prodiane e nei blog più famosi si è gridato all'indirizzo
della attuale legge elettorale, che non prevede le preferenze.
È incredibile come la rabbia di parte possa offuscare la
memoria. È dal 1993 che le preferenze sono state
completamente abolite, ma nessuno se lo vuole
ricordare.
Nel 1991, gli italiani, incapaci di
sconfiggere o perlomeno di controllare le illegalità mafiose
nei seggi elettorali, decisero di buttar via il bambino con
l'acqua sporca, votando in massa per l'abrogazione della
preferenza multipla e autoriducendosi la possibilità di scelta
ad un solo nome, secondo il piano di Segni. Applausi e
battimani. La mafia, la corruzione, si disse, son sconfitte e
sradicate. Gli anni seguenti, quei tragici '92 e '93, tra
Tangentopoli, Capaci, via D'Amelio, e le bombe di Roma, Milano
e Firenze, dimostrarono che non era vero. Ma non importa:
trovata una causa pretestuosa, si va avanti su quella
pretestuosa strada. Con il referendum Segni del 1993 e la
successiva legge Mattarella, si eliminano definitivamente le
preferenze, sia alla Camera che al Senato. Dal
1994, prime elezioni regolate da quella norma,
le preferenze non si esprimono più. Nessuno,
tranne un manipolo di pochissimi osservatori, additati come
nostalgici, fece notare la cosa. Quindi, questa legge,
quella sfornata nel 2005 dal Polo, da questo punto di vista
non introduce alcuna novità. Quando è stato
il golpe, l'assassinio della democrazia, dunque? E chi sono i
killers?
Parlando spesso (troppo spesso...) di questo dato, mi è
stato contestato (lo ammetto: con invidiabile fantasia) che
con il maggioritario, comunque, almeno un po' potevi
scegliere il candidato. Per risolvere
definitivamente (spero) la querelle, pubblico
in questo articolo i facsimile delle varie schede elettorali.
Come ricorderete, le schede
consegnate all'elettore erano tre: una per il Senato, una per
la Camera, parte uninominale, e l'ultima, sempre per la
Camera, parte proporzionale.
Scheda del Senato, elezioni
Come si vede con una chiarezza a dir poco
disarmante, accanto ad ogni simbolo, corrispondeva un
unico nome prestampato. Ovvero scelto dalle segreterie,
cooptato, nominato e tutte quelle cose lì. Oltretutto i
simboli, qui anonimamente contrassegnati da un numerino,
corrispondevano non ad un partito, ma ad una coalizione.
Quindi non solo, con il proprio voto, non si poteva far altro
che scegliere un nominativo imposto, ma tale nominativo poteva
essere dell'uno o dell'altro partito della coalizione: votando Polo, eleggevamo un FI o un Leghista, votando
Ulivo mandavamo in parlamento di volta in volta un Udeur, o un
Pdci, o un DS...ah, saperlo! Quote e spartizioni erano state
decise settimane prima nelle segrete stanze dei vertici di
partito. Alla faccia della preferenza.
Scheda Camera maggioritario
Il discorso è praticamente identico per la
Camera dei Deputati, parte maggioritaria: il nome del
candidato era prestampato, quindi anche qua era assolutamente
impossibile, anzi, vietato pena annullamento, effettuare una
qualsiasi (altra) preferenza. Accanto al nome, bontà loro, i
simboli dei partiti che lo appoggiavano o quello della coalizione che
lo aveva calato dall'alto.
La prassi dell'imposizione di candidati
bislacchi o a bassissimo tasso di gradimento fu
particolarmente frequente nei cosiddetti collegi blindati,
quei collegi dove l'uno o l'altro schieramento erano così
forti da garantire, causa effetto rospo ingoiato, l'elezione
di qualunque designato (nominato, cooptato), per quanto
repellente esso fosse. Riciclati, condannati, impresentabili
vari venivano piazzati in zone sicure, e, grazie alla cieca
fedeltà di parte, risultarono spessissimo vincitori. Una gran
possibilità di scelta, non c'è che dire.
Scheda Camera proporzionale
Ecco, qui si mostra l'evidenza, che a me pare
assoluta, della strettissima similitudine tra la precedente ed
attuale legge elettorale. Così come oggi, anche nel
Mattarellum era impossibile esprimere preferenze persino nella
quota proporzionale. I partiti (qua di solito individualmente
e non come coalizione) presentavano una serie di nomi, da uno
a cinque, che costituivano il listino bloccato. Nomi di
candidati in rigoroso ed inamovibile ordine, che venivano
eletti in quello stesso ordine. Esattamente come avviene oggi,
con l'unica differenza del numero dei presenti nella lista
(bloccata). Si può sostanzialmente dire che la legge Calderoli
funziona, nelle urne, come la legge Mattarella nella parte
proporzionale. Guardate bene i fac-simile qua riprodotti: le
preferenze non ci sono, non si possono esprimere, la lista dei
nominati è prestampata, decisa dai segretari di partito. È
stato così per tre elezioni, ma nessuno ha mai gridato né al
golpe, né alla porcata, né alla fine della democrazia. Perché?
Perché? Perché?
Una osservazione finale: niente e nessuno, né Veltroni il
buono, né Berlusconi il cattivo, né la bozza Bianco, né la
bozza Vassallo, né i referendari Segni e Guzzetta prevedono,
nei loro salvifici progetti, la reintroduzione delle
preferenze. La proposta in tal senso dell'UDC e la legge
popolare di Grillo giacciono ignorate da qualche parte.
Schede Senato e Camera
2006
Ecco qua le schede golpiste. Quelle
delle ultime elezioni. Sono di una grande semplicità, e non
presentano neanche i nomi dei candidati. È vero, ciò è
piuttosto vergognoso, ma la lista (bloccata) dei candidati
(nominati, cooptati) è stata esposta negli appositi manifesti,
per le strade e nei seggi. Nella scheda, non ci stava. Il
voto, quindi, veniva apposto su un simbolo di partito, e, a
cascata, andava al primo, poi al secondo, poi al terzo e così
via dei prescelti. Esattamente come accadeva
prima, senza nessuna differenza, né possibilità da
parte del cittadino di cambiare le cose, così nel 1994, come
nel 1996, come nel 2001, come nel 2006. Ma solo nell'ultima
tornata elettorale si è farneticato di colpi di Stato e truffe
di massa, di espropriazioni di diritti e di assassini di
democrazie. Delle due, una: o il crimine non c'è, o è
stato ideato nel 1993 e commesso nel 1994.
Tertium non datur.
3. La questione della eccessiva
frammentazione
Un concetto generale: se in Italia c'è
frammentazione, vuol dire che esistono le precondizioni per
la stessa. Non saranno né i buoni propositi, né i tentativi di
restrizione normativa a costringere gli elettori a scegliere
di ridurre il loro raggio di scelta. A meno di proibire ad
alcuni partiti di presentarsi alle elezioni e addirittura di
esistere (ipotesi nazista, fascista, dittatoriale,
totalitaria), essi riusciranno fuori da qualunque legge
elettorale.
Se è vero, come è vero, che i gruppi
parlamentari sono sempre più dei partiti ammessi alle
camere, e se è vero come è vero che essi sono sempre molti di
più alla fine della legislatura rispetto al primo giorno,
questo significa che ogni legge, ogni espediente per ridurre
la frammentazione è sempre un palliativo temporaneo, e che
viene aggirato dalla costituzione di cartelli elettorali,
pronti a sciogliersi e a suddividersi quasi all'infinito
quando il Parlamento opera.
Componenti politiche (gruppi
parlamentari e sottogruppi del gruppo misto) al
Senato
legislatura
XV (prop. con premio maggioranza)
2006-08
XIV (maggioritario)
2001-06
XIII (maggioritario)
Numero totale sigle a fine legislatura.
26
23
30
Componenti politiche (gruppi
parlamentari e sottogruppi del gruppo misto) alla
Camera*
legislatura
XV (prop. con premio maggioranza)
2006-08
XIV (maggioritario)
2001-06
XIII (maggioritario)
Numero totale sigle a fine legislatura.
20
17
20
circa
Il quadro del Senato (*la Camera fornisce
dati incompleti, ma le dimensioni del fenomeno sono assai
simili) nelle ultime tre legislature ci fornisce una visione
palese di quanto accade: qualunque sia la legge elettorale, le
sigle, le siglette, i singoli che costituiscono movimenti
politici, i voltagabbana che si fanno partito, sono sempre
incontrollabili. Basta un dissenso, un finanziamento mancato,
un sottosegretariato negato, un ministero promesso, un avviso
di garanzia in più o un'amante in meno, che immediatamente si
costituisce un nuovo elemento parlamentare, con il suo diritto
di parola, i suoi emendamenti, i suoi voti contro o a favore.
In pieno maggioritario, quello che, a detta dei salvatori
della patria avrebbe garantito saldi e granitici schieramenti,
si arrivò alla fantascientifica cifra di ben trenta gruppi e
gruppuscoli. Trenta. Ben sette in più del Senato
berlusconiano del , e ben quattro in più del tanto
parcellizzato e frantumato Senato della legge
Calderoli.
Ancora una volta è evidente che, per chi vuol
guardare e verificare, e non credere alle fandonie propagandiste, la
frammentazione parlamentare e i particolarismi politici
italiani non hanno nulla a che vedere con la legge elettorale,
che, su questo come su altri fronti, è del tutto ininfluente,
e non è né meglio né peggio delle precedenti.
Ma dunque, cosa causa, veramente, la
dispersione partitica italiana? Ed è essa eccessiva, rispetto
agli altri Paesi del mondo?
Provo a rispondere prima alla seconda
domanda: è eccessiva per gli egoismi e per la
malapolitica, non rispetto ai numeri e alla varietà
ideologico-programmatica che si riscontra in altre
nazioni.
Il Congresos de los Diputados
spagnolo ha attualmente 13 gruppi; la nostra Camera
ne ha 20, è vero, ma si deve pensare che i deputati spagnoli
sono solo 350, ben 300 in meno dei nostri! In proporzione
umana son molto più dispersi che in Italia.
L'Assemblee National francese
ha sei grandi gruppi, ma, tanto per capire come son
fatti i partiti altrove, si tenga conto che l'UMP, il partito
del Presidente Sarkosy, è una recentissima formazione (poco)
coesa di ben sei partiti e di una
decina di associazioni e movimenti. Se
volessimo estendere i nostri modi di far politica
pure alla Francia, le componenti non potrebbero essere meno di
20/25, tenendo conto di come è anche il PSF.
Sei sono anche i partiti del
Bundestag, ma anche qua i numeri non sono sufficienti
a spiegare alcunché, se non si conosce la storia sia della CDU
sia della SPD e le grandi differenze territoriali che
esprimono il parlamento federale.
IlCongresso degliUSA ci
viene raccontato come quello dei due partiti, il sogno comune
di Veltroni e Berlusconi, ma come gli stessi statunitensi
dicono, i partiti americani sono almeno 100, ovvero uno
specifico partito repubblicano ed uno specifico partito
democratico (troppo complesso sarebbe illustrarne la atipica
struttura, leggera e variabilissima) per ognuno dei cinquanta
Stati dell'Unione. È nei singoli stati, infatti, che si
esaltano le differenza e le complessità, visto che nel
Massachussets è in vigore il diritto di matrimonio gay, mentre
in Texas esso è esplicitamente vietato dalla Costituzione; in
37 Stati è in vigore la pena di morte, mentre in Kansas essa è
stata dichiarata incostituzionale. Differenze immense, che si
riflettono, nella semplificazione fittizia del
bipartitismo fittizio, nel parlamento federale, espressione degli Stati.
E il Vermont elegge un deputato socialista.
Ritengo quindi di poter
affermare che la frammentazione italiana che genera la
ingovernabilità non origina nel numero dei partiti, né tanto
meno nelle svariate leggi elettorali, che da questo punto di
vista sono del tutto insignificanti, quanto nel modo,
appunto, di fare politica. In una destra statalista più dei
soviet ed in una sinistra moralista più dei ciellini, in un
liberilismo avido di sovvenzioni e in un socialismo avido di
privilegi, in un postfascismo filo americano e in un
postcomunismo filovaticano
Conclusioni
Il problema dunque è dentro ai partiti,
dentro il DNA degenerato della nostra politica, specchio e
riflesso di una società malata. Condannati, indagati, eterni
presenti sono solo alcuni degli elementi che, leggi elettorali
o meno, in Parlamento ci stavano, ci stanno e ci staranno. Ma
le contraddizioni che lacerano tutti i partiti,
anche quelli grandi buoni e responsabili, sono il vero
ostacolo alla qualità della vita politico-parlamentare. Solo
per parlare dei tristissimi tempi recenti: la Binetti, teocon
d'assalto, ha recentemente votato no sulla fiducia al suo
governo. Quale legge elettorale mai lo avrebbe impedito?
Bordon e Dini si sono sfilati dalla Margherita, così come
Turigliatto dal Pdci. Maggioritario, proporzionale, sistema
tedesco, modello spagnolo, avrebbero frenato le loro ragioni,
le loro pulsioni? E la legge elettorale avrebbe cambiato la
posizione giudiziaria di Mastella? E Mele e le sue donnine, e
le sue cocaine, sarebbe rimasto al di qua o al di là
dell'eventuale sbarramento? E il senatore a vita Andreotti,
con la sua storia e le sue sentenze, e i suoi voti fatidici
per il governo Prodi, come sarebbe stato toccato, ein che
modo, dalla legge bi, tri, multi partitica?
E la mafia, la Cei, la finanza collusa, le istituzioni
devastate di Palermo, Napoli, Catanzaro, i conflitti di
interesse, i condoni, gli indulti, sono proporzionali,
maggioritari, con o senza lo sbarramento?
E l'Italia, in tutto questo, dov'è?
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