<%@LANGUAGE="VBSCRIPT" CODEPAGE="1252"%>riforma elettorale, legge elettorale, proporzionale, maggioritario, ingovernabilità
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Quanto la legge elettorale può cambiare i nostri destini?
 
Storia e analisi di un bisogno indotto
 
di Marco Ottanelli
 

Premessa della premessa: l'attuale legge elettorale non mi piace. Assegna un inusitato premio di maggioranza, recentemente criticato pure dalla Corte Costituzionale, non ha le preferenze, e inoltre presenta i soliti mille cavilli italioti che, eccezione dopo eccezione, eliminano ogni certezza all'elettore. Io sono, da sempre, per un proporzionale quanto più puro possibile, per il voto di lista con nessuna indicazione di coalizione né tanto meno delcosiddetto premier (così, tanto per rispettare un po' la Costituzione), per la preferenza multipla e per la libertà di ognuno (e di ogni partito) a partecipare, coerentemente con il suo ruolo, alla vita democratica di questo Paese.

 

Premessa: Avendone scritto molte volte, e avendo dovuto ripetere sempre le stesse cose per spiegare come e perché non sia affatto vero che la attuale legge elettorale sia la causa della instabilità e di mille altri dolori, avevo promesso a me stesso di non intervenire più sull'argomento. Visto che una parte della anonima (e oggi anoressica) società civile, Veltroni, Prodi, Grillo, politichetti sparsi e pseudo costituzionalisti da strapazzo non fanno che ripetere che il porcellum (basta, basta, basta con questi nomignoli!) è la fonte di ogni male, mi son sentito quasi in dovere di riepilogare come stanno le cose. Ma ho resistito. Però, quando pure la dopo Confindustria, che farebbe meglio a interessarsi degli stipendi fermi da anni dei propri dipendenti- hanno sentito il bisogno di intervenire conto la legge Calderoli e addirittura a favore di una specifica riforma (quella alla tedesca), ogni mia remora è crollata. Non ne posso più. Non riesco più a sopportare ingerenze, invasioni di campo, mistificazioni, spauracchi, approssimazioni, falsificazioni, induzioni all'errore e uso di parte di normative che debbono generali. Per l'ultima volta, e stavolta non lo prometto ma lo giuro, spiegherò (spero laicamente, cercando di non dare giudizi di merito ma solo di comparare sistemi diversi) con la maggior chiarezza possibile cosa questa ed altre leggi fanno o non fanno rispetto al sistema politico.

 
 
1. La questione della stabilità.
 

Poiché tutti si riempiono la bocca con questa strabenedetta parola, stabilità, e/o governabilità, si dovrebbe capire prima cosa si intende quando se ne parla. Esistono Paesi fortemente instabili socialmente e/o economicamente a fronte di grande stabilità governativa (Asia e Africa ne sono pieni); l'Argentina,nonostante lo stabilissimo presidenzialismo, quasi si annichilì nel 2002 per colpa dei “bond”. Esistono Paesi tradizionalmente molto frammentati politicamente (Svizzera, Paesi Bassi, Danimarca ecc ecc) che hanno una stabilità istituzionale sociale ed economica invidiabili.

 

Esistono Paesi (Austria e- guarda guarda!- quella Germania che dovrebbe essere il nostro modello) dove le leggi elettorali hanno portato al sostanziale pareggiotra le maggiori forze, una “spaccatura” al 50%, e dove, grossecoalition o meno, tutto è teutonicamente stabile.

 

L'Italia del pre-referendum Segni aveva avuto per 49 anni consecutivi lo stesso partito al Governo, e quasi sempre il Presidente del Consiglio ne era stato un membro. Nonostante i continui cambi di esecutivo, questione che tratterò tra pochissimo, è possibile non chiamare questa stabilità, se non addirittura immobilismo? Mezzo secolo dello stesso partito democristiano, e, sovente, delle stesse, eterne persone: Andreotti, Fanfani, Cossiga, Scalfaro, De Mita, Gava, Colombo... Non è la stabilità più granitica che si possa immaginare?

 

E, per contro, in pieno sistema proporzionale quasi puro, (che, a dire dei maggioritaristi anni '90 e dei parolai odierni, frammenta frammenta frammenta...), circa il 30/40 % (lo riscrivo in lettere per sottolinearlo meglio: il trenta/quaranta per cento!!) degli elettori votava un unico partito (la DC) ed un altro 28/33 % ne votava un secondo (il PCI). Negli anni della presunta frammentazione estrema, due soli partiti si dividevano il 70% (il settanta per cento!!) del corpo elettorale; una percentuale che nessuna legge maggioritaria ha mai più neanche lontanamente assicurato.

 

Come si può definire instabile uno Stato che raccoglie la quasi totalità dei cittadini sotto due singole bandiere? Eppure, si dice, la nostra Italia lo era. O per lo meno, attenzione, così appariva. Chiarisco subito: nei 49 anni di cui sopra, ci son stati una cinquantina di . Con altrettante crisi di governo. Come si concilia la stasi partitica con i continui terremoti governativi? In primo luogo, accettando il fatto che le due cose, come la Scienza Politica e la casistica mondiale insegnano, non sono costantemente correlate da una proporzione diretta. In secondo luogo, e qua si entra nello specifico italiano, con il fatto che le crisi di governo avvenivano non certo e non a causa della legge elettorale, elemento in questo del tutto neutrale, quanto a causa delle continue faide tra correnti, maggiorenti, rivali e boss della DC, e alle relative spartizioni economico territoriali del potere, alle quali si aggiungevano, di volta in volta, i piccoli partiti di centro e, dal 1963, soprattutto, il PSI.

 

Le crisi determinate da fatti esterni al gioco delle correnti, da circostanze oggettive di livello nazionale o da svolte politiche significative, son state pochissime, non arrivano ad una decina.

 

Ergo, il governo cadeva in continuazione, ma la DC, il sistema dei partiti ed il Paese rimanevano in piedi. Come è possibile ciò? È possibile con il fatto che il potere reale, in Italia, non risiedeva nei governi, non risiedeva a Palazzo Chigi; esso era, purtroppo, molto più profondamente radicato e strutturato al di fuori dei palazzi istituzionali, al di fuori, dunque, delle regole e del controllo democratico. Esso, nella sua stabilità, si reggeva, e reggeva la nazione, con quell'intreccio solido e inestricabile di politica, servizi segreti, grandi industrie, cosche territoriali, traffici multinazionali, colonnelli e generali, Vaticano, banche, Cia, Kgb, dollari e rubli, Opus Dei e Coop rosse. Tutti assieme a gestire il Paese, e, a palazzo Chigi, un comitato temporaneo, dove i ministri di turno approdavano o sparivano come premio o punizione per i servizi o i disservizi resi nei confronti dei loro referenti.

 

La controprova di tutto questo è data, come sempre, dalla Storia: la Francia della 4a Repubblica, laddove le istituzioni erano la vera, reale, effettiva sede del potere, non resse alle crisi continue (23 governi in 24 anni), e, sotto il colpo fatale della guerra d'Algeria, indebolita nelle fondamenta, crollò. Eppure la Francia aveva (come ha) un apparato burocratico-amministrativo-legislativo robusto, efficiente e consolidato dai tempi di Napoleone Bonaparte! Eppure la Francia, al contrario di noi, aveva vinto la guerra mondiale! E sedeva come membro permanente nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU!Ma nulla di questo servì, per resistere alla crisi. L'Italia, povera, disorganizzata, perdente, dove le onde politiche passavano ininfluenti sulle sue più oscure profondità, increspandone appena la superficie, ha perpetuato sé stessa nonostante -o forse tragicamente grazie a- gli omicidi, le stragi, le mafie, il malaffare, la malapolitica. Cose sulle quali la legge elettorale è del tutto, del tutto, irrilevante.

 

Poi, giunse la tanto desiderata legge maggioritaria, frutto di uno dei tanti bisogni indotti, e di un referendum che, abrogando, desse l'illusione di costruire. Di come essa funzionava, non oso parlare, viste le dozzine di sotterfugi e di meccanismi distorcenti (uno su tutti: lo scorporo) che la caratterizzavano. Il referendum del 1993 fu voluto da quasi tutte le forze politiche (primo campanello d'allarme, che non suonò: ma se tutte le forze politiche volevano quella riforma, perché non la approvarono in una notte in Parlamento, invece di celebrare il rito di massa della chiamata alle urne?) proprio con lo slogan: stabilità! I risultati non sono stati quelli previsti. La prima legislatura “maggioritaria”, la XII della Repubblica, si concluse dopo appena 25 mesi, una delle più corte in assoluto fra tutte (solo la XI, con 24 mesi di vita, la batte) ed ebbe, inoltre,due governi: il Berlusconi I (il vincitore delle elezioni, in carica per soli 7 mesi!!) e il Dini.La XIII legislatura giunse sì al termine naturale di cinque anni, ma con quattro governi (Prodi I, D'Alema I, D'Alema II e Amato), nonostante la caratterizzazione leaderista del sistema. La XIV legislatura, essa sì, ha visto un solo Presidente del Consiglio, Berlusconi, ma due governi e molti rimpasti. Questa si può chiamare, in generale, “stabilità”? O perlomeno, è essa direttamente o indirettamente collegabile alla legge elettorale maggioritaria? Ovviamente (dati statistico-matematici alla mano) no. No. Le leggi elettorali, da questo punto di vista, sono del tutto ininfluenti.

 
Persino la risicata maggioranza al Senato dell'ultimo governo Prodi, risicatezza che Veltroni e i suoi seguaci non fanno altro che attribuire alla riforma cinica e bara di Calderoli, non è dipesa affatto da essa, affatto. È derivata da un dato inoppugnabile e di tutt'altra natura: al Senato, l'Unione ha preso 220 mila voti in meno del Polo . Non vi pare una buona ragione per non avere una maggioranza schiacciante? È così difficile ammettere onestamente che il consenso non c'è stato?
 
2. La questione delle preferenze.
 

Golpe!! Colpo di Stato!! Assassinio della democrazia!! Così nelle piazze uliviste, nelle convention prodiane e nei blog più famosi si è gridato all'indirizzo della attuale legge elettorale, che non prevede le preferenze. È incredibile come la rabbia di parte possa offuscare la memoria. È dal 1993 che le preferenze sono state completamente abolite, ma nessuno se lo vuole ricordare.

 

Nel 1991, gli italiani, incapaci di sconfiggere o perlomeno di controllare le illegalità mafiose nei seggi elettorali, decisero di buttar via il bambino con l'acqua sporca, votando in massa per l'abrogazione della preferenza multipla e autoriducendosi la possibilità di scelta ad un solo nome, secondo il piano di Segni. Applausi e battimani. La mafia, la corruzione, si disse, son sconfitte e sradicate. Gli anni seguenti, quei tragici '92 e '93, tra Tangentopoli, Capaci, via D'Amelio, e le bombe di Roma, Milano e Firenze, dimostrarono che non era vero. Ma non importa: trovata una causa pretestuosa, si va avanti su quella pretestuosa strada. Con il referendum Segni del 1993 e la successiva legge Mattarella, si eliminano definitivamente le preferenze, sia alla Camera che al Senato. Dal 1994, prime elezioni regolate da quella norma, le preferenze non si esprimono più. Nessuno, tranne un manipolo di pochissimi osservatori, additati come “nostalgici”, fece notare la cosa. Quindi, questa legge, quella sfornata nel 2005 dal Polo, da questo punto di vista non introduce alcuna novità. Quando è stato il golpe, l'assassinio della democrazia, dunque? E chi sono i killers?

 

Parlando spesso (troppo spesso...) di questo dato, mi è stato contestato (lo ammetto: con invidiabile fantasia) che con il maggioritario, comunque, almeno un po' potevi scegliere il candidato. Per risolvere definitivamente (spero) la querelle, pubblico in questo articolo i facsimile delle varie schede elettorali. Come ricorderete, le schede consegnate all'elettore erano tre: una per il Senato, una per la Camera, parte uninominale, e l'ultima, sempre per la Camera, parte proporzionale.

 

Scheda del Senato, elezioni

 

 

Come si vede con una chiarezza a dir poco disarmante, accanto ad ogni simbolo, corrispondeva un unico nome prestampato. Ovvero scelto dalle segreterie, cooptato, nominato e tutte quelle cose lì. Oltretutto i simboli, qui anonimamente contrassegnati da un numerino, corrispondevano non ad un partito, ma ad una coalizione. Quindi non solo, con il proprio voto, non si poteva far altro che scegliere un nominativo imposto, ma tale nominativo poteva essere dell'uno o dell'altro partito della coalizione: votando Polo, eleggevamo un FI o un Leghista, votando Ulivo mandavamo in parlamento di volta in volta un Udeur, o un Pdci, o un DS...ah, saperlo! Quote e spartizioni erano state decise settimane prima nelle segrete stanze dei vertici di partito. Alla faccia della “preferenza”.

 

Scheda Camera maggioritario

 

 

Il discorso è praticamente identico per la Camera dei Deputati, parte maggioritaria: il nome del candidato era prestampato, quindi anche qua era assolutamente impossibile, anzi, vietato pena annullamento, effettuare una qualsiasi (altra) preferenza. Accanto al nome, bontà loro, i simboli dei partiti che lo appoggiavano o quello della coalizione che lo aveva calato dall'alto.

 

La prassi dell'imposizione di candidati bislacchi o a bassissimo tasso di gradimento fu particolarmente frequente nei cosiddetti “collegi blindati”, quei collegi dove l'uno o l'altro schieramento erano così forti da garantire, causa effetto rospo ingoiato, l'elezione di qualunque designato (nominato, cooptato), per quanto repellente esso fosse. Riciclati, condannati, impresentabili vari venivano piazzati in zone sicure, e, grazie alla cieca fedeltà di parte, risultarono spessissimo vincitori. Una gran possibilità di scelta, non c'è che dire.

 

Scheda Camera proporzionale

 

 

Ecco, qui si mostra l'evidenza, che a me pare assoluta, della strettissima similitudine tra la precedente ed attuale legge elettorale. Così come oggi, anche nel Mattarellum era impossibile esprimere preferenze persino nella quota proporzionale. I partiti (qua di solito individualmente e non come coalizione) presentavano una serie di nomi, da uno a cinque, che costituivano il “listino bloccato”. Nomi di candidati in rigoroso ed inamovibile ordine, che venivano eletti in quello stesso ordine. Esattamente come avviene oggi, con l'unica differenza del numero dei presenti nella lista (bloccata). Si può sostanzialmente dire che la legge Calderoli funziona, nelle urne, come la legge Mattarella nella parte proporzionale. Guardate bene i fac-simile qua riprodotti: le preferenze non ci sono, non si possono esprimere, la lista dei “nominati” è prestampata, decisa dai segretari di partito. È stato così per tre elezioni, ma nessuno ha mai gridato né al golpe, né alla porcata, né alla fine della democrazia. Perché? Perché? Perché?

 

Una osservazione finale: niente e nessuno, né Veltroni il buono, né Berlusconi il cattivo, né la bozza Bianco, né la bozza Vassallo, né i referendari Segni e Guzzetta prevedono, nei loro salvifici progetti, la reintroduzione delle preferenze. La proposta in tal senso dell'UDC e la legge popolare di Grillo giacciono ignorate da qualche parte.

 

Schede Senato e Camera 2006

 

 

Ecco qua le schede golpiste. Quelle delle ultime elezioni. Sono di una grande semplicità, e non presentano neanche i nomi dei candidati. È vero, ciò è piuttosto vergognoso, ma la lista (bloccata) dei candidati (nominati, cooptati) è stata esposta negli appositi manifesti, per le strade e nei seggi. Nella scheda, non ci stava. Il voto, quindi, veniva apposto su un simbolo di partito, e, a cascata, andava al primo, poi al secondo, poi al terzo e così via dei prescelti. Esattamente come accadeva prima, senza nessuna differenza, né possibilità da parte del cittadino di cambiare le cose, così nel 1994, come nel 1996, come nel 2001, come nel 2006. Ma solo nell'ultima tornata elettorale si è farneticato di colpi di Stato e truffe di massa, di espropriazioni di diritti e di assassini di democrazie. Delle due, una: o il crimine non c'è, o è stato ideato nel 1993 e commesso nel 1994.

 

Tertium non datur.

 

3. La questione della eccessiva frammentazione

 

Un concetto generale: se in Italia c'è “frammentazione”, vuol dire che esistono le precondizioni per la stessa. Non saranno né i buoni propositi, né i tentativi di restrizione normativa a costringere gli elettori a scegliere di ridurre il loro raggio di scelta. A meno di proibire ad alcuni partiti di presentarsi alle elezioni e addirittura di esistere (ipotesi nazista, fascista, dittatoriale, totalitaria), essi riusciranno fuori da qualunque legge elettorale.

 

Se è vero, come è vero, che i gruppi parlamentari sono sempre più dei partiti “ammessi” alle camere, e se è vero come è vero che essi sono sempre molti di più alla fine della legislatura rispetto al primo giorno, questo significa che ogni legge, ogni espediente per ridurre la frammentazione è sempre un palliativo temporaneo, e che viene aggirato dalla costituzione di cartelli elettorali, pronti a sciogliersi e a suddividersi quasi all'infinito quando il Parlamento opera.

 

Componenti politiche (gruppi parlamentari e sottogruppi del “gruppo misto”) al Senato

 

legislatura

XV (prop. con premio maggioranza) 2006-08

XIV (maggioritario)

2001-06

XIII (maggioritario)

Numero totale sigle a fine legislatura.

26

23

30

 

Componenti politiche (gruppi parlamentari e sottogruppi del “gruppo misto”) alla Camera*

 

legislatura

XV (prop. con premio maggioranza) 2006-08

XIV (maggioritario)

2001-06

XIII (maggioritario)

Numero totale sigle a fine legislatura.

20

17

20 circa

 

Il quadro del Senato (*la Camera fornisce dati incompleti, ma le dimensioni del fenomeno sono assai simili) nelle ultime tre legislature ci fornisce una visione palese di quanto accade: qualunque sia la legge elettorale, le sigle, le siglette, i singoli che costituiscono movimenti politici, i voltagabbana che si fanno partito, sono sempre incontrollabili. Basta un dissenso, un finanziamento mancato, un sottosegretariato negato, un ministero promesso, un avviso di garanzia in più o un'amante in meno, che immediatamente si costituisce un nuovo elemento parlamentare, con il suo diritto di parola, i suoi emendamenti, i suoi voti contro o a favore. In pieno maggioritario, quello che, a detta dei salvatori della patria avrebbe garantito saldi e granitici schieramenti, si arrivò alla fantascientifica cifra di ben trenta gruppi e gruppuscoli. Trenta. Ben sette in più del Senato berlusconiano del , e ben quattro in più del tanto parcellizzato e frantumato Senato della legge Calderoli.

 
Ancora una volta è evidente che, per chi vuol guardare e verificare, e non credere alle fandonie propagandiste, la frammentazione parlamentare e i particolarismi politici italiani non hanno nulla a che vedere con la legge elettorale, che, su questo come su altri fronti, è del tutto ininfluente, e non è né meglio né peggio delle precedenti.
 

Ma dunque, cosa causa, veramente, la dispersione partitica italiana? Ed è essa eccessiva, rispetto agli altri Paesi del mondo?

 

Provo a rispondere prima alla seconda domanda: è eccessiva per gli egoismi e per la malapolitica, non rispetto ai numeri e alla varietà ideologico-programmatica che si riscontra in altre nazioni.

 

Il Congresos de los Diputados spagnolo ha attualmente 13 gruppi; la nostra Camera ne ha 20, è vero, ma si deve pensare che i deputati spagnoli sono solo 350, ben 300 in meno dei nostri! In proporzione “umana” son molto più dispersi che in Italia.

 
L'Assemblee National francese ha sei grandi gruppi, ma, tanto per capire come son fatti i partiti altrove, si tenga conto che l'UMP, il partito del Presidente Sarkosy, è una recentissima formazione (poco) coesa di ben sei partiti e di una decina di associazioni e movimenti. Se volessimo estendere i nostri modi di far politica pure alla Francia, le componenti non potrebbero essere meno di 20/25, tenendo conto di come è anche il PSF.
 

Sei sono anche i partiti del Bundestag, ma anche qua i numeri non sono sufficienti a spiegare alcunché, se non si conosce la storia sia della CDU sia della SPD e le grandi differenze territoriali che esprimono il parlamento federale.

 

Il Congresso degli USA ci viene raccontato come quello dei due partiti, il sogno comune di Veltroni e Berlusconi, ma come gli stessi statunitensi dicono, “i partiti americani sono almeno 100”, ovvero uno specifico partito repubblicano ed uno specifico partito democratico (troppo complesso sarebbe illustrarne la atipica struttura, leggera e variabilissima) per ognuno dei cinquanta Stati dell'Unione. È nei singoli stati, infatti, che si esaltano le differenza e le complessità, visto che nel Massachussets è in vigore il diritto di matrimonio gay, mentre in Texas esso è esplicitamente vietato dalla Costituzione; in 37 Stati è in vigore la pena di morte, mentre in Kansas essa è stata dichiarata incostituzionale. Differenze immense, che si riflettono, nella semplificazione fittizia del bipartitismo fittizio, nel parlamento federale, espressione degli Stati. E il Vermont elegge un deputato socialista.

 
Ritengo quindi di poter affermare che la frammentazione italiana che genera la ingovernabilità non origina nel numero dei partiti, né tanto meno nelle svariate leggi elettorali, che da questo punto di vista sono del tutto insignificanti, quanto nel modo, appunto, di fare politica. In una destra statalista più dei soviet ed in una sinistra moralista più dei ciellini, in un liberilismo avido di sovvenzioni e in un socialismo avido di privilegi, in un postfascismo filo americano e in un postcomunismo filovaticano
 
Conclusioni
 

Il problema dunque è dentro ai partiti, dentro il DNA degenerato della nostra politica, specchio e riflesso di una società malata. Condannati, indagati, eterni presenti sono solo alcuni degli elementi che, leggi elettorali o meno, in Parlamento ci stavano, ci stanno e ci staranno. Ma le contraddizioni che lacerano tutti i partiti, anche quelli grandi buoni e responsabili, sono il vero ostacolo alla qualità della vita politico-parlamentare. Solo per parlare dei tristissimi tempi recenti: la Binetti, teocon d'assalto, ha recentemente votato no sulla fiducia al suo governo. Quale legge elettorale mai lo avrebbe impedito? Bordon e Dini si sono sfilati dalla Margherita, così come Turigliatto dal Pdci. Maggioritario, proporzionale, sistema tedesco, modello spagnolo, avrebbero frenato le loro ragioni, le loro pulsioni? E la legge elettorale avrebbe cambiato la posizione giudiziaria di Mastella? E Mele e le sue donnine, e le sue cocaine, sarebbe rimasto al di qua o al di là dell'eventuale sbarramento? E il senatore a vita Andreotti, con la sua storia e le sue sentenze, e i suoi voti fatidici per il governo Prodi, come sarebbe stato toccato, ein che modo, dalla legge bi, tri, multi partitica?

 

E la mafia, la Cei, la finanza collusa, le istituzioni devastate di Palermo, Napoli, Catanzaro, i conflitti di interesse, i condoni, gli indulti, sono proporzionali, maggioritari, con o senza lo sbarramento?

 

E l'Italia, in tutto questo, dov'è?

 

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