“Il Fatto” di giovedì 22 aprile, che dedica una intera pagina alle consuete e strabilianti vittorie giudiziarie di Di Pietro svela finalmente quello che è il paradosso, che al “Fatto” pure sembra normale: decine di milioni di euro di fondi pubblici elettorali, dal 2001 ad oggi, che finiscono sul conto corrente intestato ad una associazione privata, composta dal 2004 in avanti da Di Pietro, moglie e fiduciariae non al Movimento politico che ne porta lo stesso nome .
Questa dovrebbe, nella normalità dei casi, essere la notizia. In Inghilterra, in una situazione meno grave, i fondi elettorali deviati dalla destinazione loro propria hanno sollevato una scandalo senza fine. In Italia invece la notizia la fanno le condanne per diffamazione del Tribunale di Monza.
A Di Pietro per tre articoli di stampa vengono liquidati circa 400 mila euro, somme che nessuna vittima di reati gravi e continuati (bancarotta, violenza, stupro) potrebbe neppure mai immaginare, per giunta dopo anni di faticosa costituzione di parte civile nei processi. Una di queste sentenze riguarda in effetti anche me: per aver dichiarato che i fondi del finanziamento pubblico vanno “a quei tre” e non alla associazione composta “da quei tre”, cioè Di Pietro, moglie e fiduciaria, che ne costituiscono la “totalità” ed esclusività dei soci. Imperdonabile imprecisione. Vedrà la Corte di Appello. Il Tribunale di Monza, che pure dichiara vero il fatto che i soldi pubblici vanno alla associazione (non mi sbaglierò più, prometto) composta da “quei tre”, pudicamente afferma anche di non volere esprimere alcuna valutazione “sulla legittimità o meno” di tali operazioni che io definisco scandalose.
Si tratta diuna associazione di tre persone che ha lo stesso nome del partito, al quale sono destinati per legge i finanziamenti pubblici dei rimborsi elettorali, che invecelo sostituisce e li incassa per cui i rendiconti del partito in realtà sono quelli dell’associazione privata. Cosa possibile perché la Camera, e non solo per l’Italia dei Valori, svolge il ruolo di ufficiale pagatore ma non controlla. Il che non sminuisce le responsabilità di chi si rende responsabile di operazioni di questo tipo.
In tutto questo i giudici di Monza non danno una bella impressionedavvero. Colpisce la superficialità dell’analisi, la genericità, l’imprecisione, tanto più a fronte della importanza e della centralità costituzionale delle questioni trattate. A mio parere sarebbe stato obbligatorio interrogarsi quanto meno, dati tali premesse, se la destinazione di fondi enormi sia compatibile con la legislazione vigente che assegna ai partiti politici e solo ad essi i rimborsi elettorali quali finanziamenti di scopo. Le questioni che pongo d’altronde hanno una rilevanza costituzionale tale daavere impegnato a suo tempo alcune delle personalità più significative alla Costituente. Possibile che in questa Italia decadente gli “intoccabili” restino sempre tali? Un’ultima cosa infine: per il pagamento delle somme liquidate nella sentenza di Monza io risponderei, sì e no, per un ottavo.
Eppure Di Pietro e il presidente del suo organo di garanzia del partito, Scicchitano, che fa anche il suo avvocato e che forse avrebbe speciali doveri di vigilanza su questi fatti, vogliono invece tutto e subito dal sottoscritto, persona fisica, che loro sanno bene non ha ovviamente un centesimo dei soldi che ha Di Pietro, invece che rivalersi sul Giornale e hanno minacciato l’esecuzione forzata nei miei confronti. Il che rende evidente che la loro preoccupazione non è l’odiato nemico giornale di casa Berlusconi, ma sono io e in nome della libertà di stampa e della trasparenza proclamata, mi vogliono ridurre al silenziochiudendomi la bocca.