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I savonarola e i tartufi
di Daniela Gaudenzi
Sul l’Unità di domenica 18 gennaio
Marco Travaglio risponde con pacatezza, equilibrio e con gli argomenti noti
e documentati in decine di libri e centinaia di interventi giornalistici
alle accuse, minacce di querele, scomuniche che gli sono piovute addosso
dal mondo politico diessino e dalla redazione della testata a cui collabora,
in perfetta sincronia e sintonia (guarda caso) con il trattamento
sarcastico e fustigatorio che gli ha riservato una vasta area giornalistica
che va da Il Foglio al Corriere della Sera.
Qualcosa
di analogo per dimensioni, trasversalità e virulenza si era verificato ai
tempi indimenticabili della bicamerale , quando Gherardo Colombo,
fondandosi su di un’analisi storico-sociologica espressa almeno in una
decina di precedenti occasioni, e per iscritto, aveva fatto riferimento alla
“società del ricatto”. I “casi” scoppiano quando i
tempi politici lo richiedono.
E’
curioso, ma ancor più interessante che a motivare la presa di posizione
molto dura del comitato di redazione del
l’Unità siano state le parole di Travaglio riportate da Il Foglio riferite a Cascella e
Cuperlo del tenore “erano lì [a palazzo Chigi], sanno benissimo come
sono andate le cose ci aiutino a ricordare”.
Al Foglio Marco Travaglio non ha
concesso alcuna intervista, né è intervenuto con un articolo: la testata ha
semplicemente e liberamente accostato dichiarazioni o commenti per cucire
un pezzo “Avevano le pezze al..” finalizzato ad attaccare ed
irridere quello che viene affettuosamente definito “il giudice
Travaglio”,… “il giornalista ‘prestato ai
movimenti’”,…”il puro che epura”,…
“paladin Travaglio”, e ancora “…all’ Unità
dove Travaglio quotidianamente questionmoraleggia, archivio, (e standard
etico e anche manette) alla mano”.
Un pezzo
che dopo aver riportato i passaggi salienti dell’intervento
incriminato di sabato al teatro Vittoria, quello della standing ovation,
finisce non casualmente con il giudizio lapidario, smentito da ogni
riscontro obiettivo, di Livia Turco “E’ la faziosità di quelli
come Travaglio che aveva fatto vincere le elezioni a
Berlusconi”. Livia Turco, non
presente all’assemblea, avrebbe il merito eroico di aver dato fuoco
alle polveri due giorni dopo, indignata per due frasi tra loro non
collegate, riportate sul Corriere
della sera.
Il giorno
successivo alla lettera della Turco che “apre il caso”,
mercoledì 14 chiedono “chiarimenti” a Travaglio Gianni Cuperlo
e Pasquale Cascella “noi che siamo stati collaboratori in quel
momento a Palazzo Chigi riteniamo ci sia un limite per l’ipocrisia e
anche per la volgarità…” Le citazioni incriminate estrapolate
da un’analisi ampiamente argomentata e documentata, quella che Marco
Trvaglio ripercorre nella risposta di domenica 18, sono sempre le stesse:
quella sulla “merchant bank di Palazzo Chigi in cui non si parlava
inglese” frase di Guido Rossi (con cui D’Alema non vuole
polemizzare) riportata in libri e articoli e quella più libera e meno
anglosassone coniata da Travaglio “nella quale [merchant bank] entrarono
persone con le pezze al culo ed uscirono miliardarie”.
Tanto per
completezza di informazione vale la pena di ricordare che Gianni Cuperlo,
circa un anno fa, se non ricordo male, aveva qualificato l’assunzione
di Marco Travaglio a l’Unità
come una delle cose peggiori dell’anno che si andava a concludere e
implicitamente, ma nemmeno tanto, invitava la direzione a un qualche
positivo ravvedimento.
Pasquale
Cascella, notista politico di strettissima osservanza dalemiana, tanto per
citare un episodio molto recente, si è smarcato con una certa enfasi dalla
decisione della redazione di querelare Giuliano Ferrara per aver tacciato
dal teatrino di Porta a Porta,
sotto il benevolo silenzio di Bruno Vespa, l’Unità di essere un giornale “tecnicamente
omicida”. Evidentemente più preoccupato di mantenere rapporti di ottimo
vicinato con “i riformisti” di Polito i cugini “di
destra” de Il Foglio, come
ama apostrofarli divertito Giulianone.
Ebbene su l’Unità del 16 gennaio e sul
sito on line appare un comunicato indignatissimo del cdr che esprime
profondo disappunto per le accuse che Marco Travaglio avrebbe rivolto dalle
pagine del Foglio ad un
giornalista della testata [Pasquale Cascella] di cui viene vantata
“la riconosciuta professionalità” quale portavoce
dell’allora presidente del consiglio Massimo D’Alema.
“Punto e basta. Il resto sono offese gravi e gratuite che la
redazione dell’Unità non può accettare, così come non ha accettato
che l’intero giornale, e quindi l’intero corpo redazionale,
venisse, in un’altra occasione, tacciato da Giuliano Ferrara di
essere ‘tecnicamente omicida’. La cultura del ‘non
potevano non sapere’ alimenta un clima di odio nei confronti del
nostro giornale, e fornisce alibi a quanti, dalle stesse colonne de Il
Foglio parlano di ‘pecorellismo’ e si stupiscono ‘che un
giornale di sinistra ospiti la rubrica di u
personaggio che ha in odio tutto lo stato maggiore della
sinistra’..”.
Quanto
sia proporzionata la comparazione tra la criminalizzazione intimidatoria di
Giuliano Ferrara, (consigliere del principe) contro Tabucchi, Padellaro e
Colombo, (intellettuali e giornalisti ostracizzati) e le valutazioni, pure
aspramente critiche di Marco Travaglio, (un giornalista scomodo)
sull’operato di un governo (di destra o di “sinistra”
sempre potere esecutivo), possono
agevolmente valutarlo il lettori de l’Unità
e l’opinione pubblica. Così come la circostanza paradossale che una
redazione si mobiliti come un sol
uomo a difesa di un collega, nelle vesti di portavoce governativo, contro
un altro, collega che guarda caso si è elegantemente sfilato dalla difesa
del giornale contro un’intimidazione e una criminalizzazione orchestrata
per conto dell’attuale presidente del consiglio.
Intanto Il Giornale di domenica 18 fa un bel
titolo di prima pagina con la foto di Violante in sottofondo, quale
“capo del partito dei giudici”: “I DS vogliono la testa
di Travaglio penna dei girotondini”. Due giorni prima la redazione de
il Riformista nella risposta
all’appello di alcune personalità che spaziano da Giampaolo Pansa a
Paolo Franchi passando per Gianfranco Pasquino e Michele Salvati dal titolo
“la società civile non è solo un girotondo” cita quale malum exemplum di “una
distorsione pericolosa (la pretesa di essere il solo interprete della
Moralità pubblica) l’invettiva del giornalista dell’Unità Marco Travaglio”. In riferimento
a “ciò che è rimasto del movimento dei girotondi”. E la
meritoria opera di “derattizzazione” è tutta ascrivibile
all’eroica testata nata anche con lo scopo attribuitole dai cugini de
il Foglio, e mai smentito dagli
interessati, di “spianare” i movimenti e
“neutralizzare” Cofferati. Entrambi i pericoli erano stati
segnalati fin dai tempi ormai remoti dell’assise di Castel San Pietro
ma evidentemente abbastanza invano.
E dalle
pagine del Corriere della Sera (sabato
18 gennaio) Giuliano Zincone ingaggia una requisitoria contro la società
civile infiammata dalle invettive dei Savonarola. “E’ ingenuo
meravigliarsi o indignarsi, come hanno fatto molti DS e molti giornalisti
dell’ Unità…Questa è
la società civile, baby.” E via contro “il partito dei Savonarola
e dei Robespierre, i nuovi Flagellanti che denunciano gli arricchimenti
degli avversari e dei concorrenti…Stringe il cuore scorgere accanto a
questi rampanti la veneranda canizie di Oscar Luigi Scalfaro.” E
denuncia con l’intransigenza di uno stilita che “la politica
italiana assomiglia all’Isola
dei Famosi…dove si diventa famosi…per una escandescenza,
perché si sputa nel piatto dove si mangia….e c’è anche il
partito di quelli che cercano di farsi censurare..”. Dopo gli anatemi
il monito “Continueremo a farci del male se lasceremo la politica
nelle mani dei poliziotti di complemento” (ibidem).
Questa è
l’aria.
Alla
lettera di Marco Travaglio, Furio Colombo obietta che vi sono passaggi non
condivisibili.
Attendiamo,
in primo luogo come lettori di un giornale a cui dobbiamo comunque essere
grati, la risposta della direzione. Una risposta molto importante non solo
sotto il profilo redazionale, in un momento grave per la testata e per il
paese.
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